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August 25 Grazie Stefano!
Non avevo neppure il coraggio di andare ad aprire la porta. Quando Jader, appostato alla finestra, mi annunciò che erano arrivati sentii una scossa percorrermi da capo a piedi. Lo conoscevo, certo, ci eravamo già parlati ed eravamo anche stati insieme a tavola. Ma non a casa mia! Avevo invitato Daniele a cena come ogni tanto capitava di fare: durante la seduta di massaggio ci si perde in chiacchiere e finisce che gli chieda di venire a mangiare da noi, tanto per stare un po’ in compagnia. Quando mi telefonò per informarmi che proprio quella sera doveva vedere Stefano e che avrebbero finito il trattamento proprio verso ora di cena quindi, se non mi dispiaceva, sarebbe venuto con lui…
Era radioso. Ricordo che mi colpì il suo sorriso che lo illuminava tutto. Non l’ho mai visto così bello. Superato l’imbarazzo, tutto divenne molto spontaneo e naturale. Si parlò di sport, ovviamente: la tv trasmetteva le immagini dello stadio di Atene, dove erano già iniziate le prove di atletica. Si commentava quanto stava accadendo, quanto era già avvenuto ed anche ciò che sarebbe successo di lì a una settimana… Nessuna immagine ad immortalare quella serata, non ebbi il coraggio di scattare foto, mi sembrava sciocco e fuori luogo. Che sia stato solo un sogno?
Un sogno sembrava anche ciò che si stava realizzando sulla strada di Atene, quella magica domenica di agosto. Lo schermo era pieno della sua immagine, nessun altro a fargli ombra. Sicuro e determinato, fiero della sua superiorità. Splendido. Splendido fu il suo ingresso nello stadio, elegante come un felino, furioso come un rapace. Io ammutolita dall’emozione, sciolta in lacrime.
Quante volte mi ha fatto piangere, Stefano. Il suo ritiro ai mondiali, la sua vittoria agli europei, la sua ultima prova olimpica. Un campione in ogni occasione, con qualsiasi risultato. Perché la grandezza di un atleta non è fatta solo di primati e di medaglie. La consapevolezza di sé e dei propri avversari, il sapersi (ri)mettere in gioco, l’affrontare le sfide con coraggio e dignità: saper coinvolgere ed emozionare perché si è coinvolti ed emozionati. Questo fa la differenza, questo lascia una traccia nei cuori e nella storia. A Pechino a vinto Wanjiru. Sapevo, tutti sapevano, che Stefano non aveva speranze. La mia speranza era che finisse la gara. Ma lui non si è limitato a questo: non solo ha portato a termine la maratona, ma ha anche guadagnato posizioni su posizioni, dimostrando per l’ennesima volta la sua superiorità tattica, oltre che la sua inesauribile forza fisica. Ancora una volta si è dimostrato il più grande. Ancora una volta ci ha fatto sognare. Ancora una volta lo devo acclamare, con le lacrime agli occhi. Grazie, Stefano! August 21 NEW YORK!Speranze disilluse, occasioni nelle quali avevi smesso di sperare, ricordi che non fornivano nutrimento altro che alla nostalgia – non riuscendo più ad alimentare i sogni.
Poi la notizia. Inaspettata, inattesa, inimmaginabile. Da cadere dalla sedia.
Invece sulla sedia sono saltata, vano ogni tentativo di contenere la gioia. Ciò che non riuscivo a evocare senza magone, l’evento che più di ogni altro mi aveva travolto di emozioni, il luogo che avevo prima denigrato per poi finirne irrimediabilmente attratta tornava ad essere palpabile. Incredibile come una breve telefonata possa sconvolgere l’equilibrio di un giorno e di una stagione. Come una semplice proposta riesca a scatenare energie che rimescolano e ridefiniscono i già precari equilibri emotivi.
Il 2 novembre sarò sul Ponte di Verrazzano. Tutto il resto, in questo istante, mi appare molto più sbiadito. August 04 Ciao Naida
Fatico a ricordare i compagni e le compagne di scuola. Di nessuno di loro ho più notizie, nemmeno di quelle che ai tempi sembravano amiche del cuore. Finita la complicità sui banchi, è finito tutto quanto. Ognuno è andato per la sua strada e, ora, di alcuni non ricordo neppure il nome e dubito che li riconoscerei se li incontrassi casualmente.
Poi capita che, chiacchierando del più e del meno, si finisca per rievocare fatti e persone che hanno segnato in qualche modo il nostro passato. E si riaprono squarci di vita che, per qualche attimo, destabilizzano il presente.
Naida era mia compagna di banco alle scuole medie. Una testa matta, sempre a caccia di guai e per nulla interessata a qualsivoglia lezione. Famiglia disastrata, un fratello bello e maledetto, uscito miracolosamente da una travagliata esperienza di tossicodipendenza, lei non si sottraeva al fascino del proibito, della facile evasione, del mito dello sballo. Due occhi sgranati sul mondo e un sorriso disarmante, un folletto irrequieto e curioso. Cosa aveva in comune un simile soggetto con la sottoscritta, studentessa modello, ligia al dovere e tutt’altro che trasgressiva? Eppure ci volevamo un bene dell’anima. Non ho mai frequentato le sue amicizie, né l’ho mai seguita nei suoi giri loschi. Ma conoscevamo tutto l’una dell’altra. Ci perdevamo non solo in chiacchierate infinite, ma anche in letterine che ci scrivevamo persino quando eravamo entrambe in classe, durante le lezioni più noiose. Siamo rimaste a lungo in contatto negli anni a seguire. Non ricordo quando sia avvenuto il nostro ultimo incontro, certamente tantissimi anni fa. Poi siamo finite l’una nei ricordi dell’altra, in quell’angolo della memoria che, quando visitato, fa riaffiorare le emozioni di quei giorni, di quel tempo in cui tutto era ancora da realizzare.
Ieri sera la gelata. Chissà come mi è tornata in mente la storia di Raffaele, il fratello bello e maledetto (quella vicenda mi procurò persino un premio giornalistico). Da chi conosce bene la gente di paese, ho voluto sapere se lui stesse ancora bene, se davvero tutto fosse filato liscio. “Sì, sta bene. Solo che da poco gli è morta la sorella, Naida, hai presente?”
Da tre mesi Naida non c’è più. E io, da anni, non sapevo nulla di lei. Non sapevo che stava lottando contro un cancro che l’ha lentamente distrutta. Lei che ha sfidato le avventure più assurde, non ha potuto superare l’ostacolo più infimo. Non posso avere rimorsi, in fondo è naturale che le persone si allontanino. Ma, accidenti, siamo state grandissime amiche, proprio nell’età in cui l’amicizia è il sentimento più grande. Ora non serve a nulla pensare che si dovrebbero mantenere i contatti, che dovremmo curare i nostri affetti e preoccuparci sempre e comunque di chi abbiamo avuto accanto. Non riesco a pensare a questo, anche perché mi suona molto scontato e retorico. Riesco solo a pensare che Naida non c’è più… May 23 Trent'anni di sudore e solidarietàCorrere N. 283 - Maggio 2008
“Correre è stato il mio mestiere non mi ha dato da vivere ma mi ha fatto vivere” Si apre con questo pensiero il volume Sudore e nafta (Ed. Pro Art), con il quale Giovanni Scalambra ha voluto celebrare i suo trent’anni di carriera podistica. Difficile sintetizzare in un libro una vita dedicata alla corsa, specie quando si sono solcati più o meno novantamila chilometri, attraversando nazioni e continenti, per diffondere messaggi di pace e fratellanza. “La corsa, per me, non è mai stata fine a se stessa. Ho sempre cercato di abbracciare piccole battaglie per la solidarietà. Come l’impresa anti Parigi-Dakar, nell’88, quando cercammo di seguire, correndo, il tracciato della rumorosa gara motociclistica. Non riuscimmo però a completarla, fu un azzardo che non oserei ripetere. Non ci si può misurare col deserto, simili luoghi richiedono attenzione e rispetto. Così pure le loro popolazioni, come i Tuareg. Incontrarli fu un’emozione indescrivibile: bellissimi, ricchi di umiltà e dignità. Non domandavano nulla, eravamo noi a sentirci in debito nei loro confronti. Un altro mondo, se paragonato alla corruzione che abbiamo conosciuto nelle città del Mali, dove dovevamo comprare al mercato nero anche la nafta”. Nafta, appunto. Come mai questo titolo? Sorride. “Accattivante, no? In quelle parole c’è tutto. Anche perché sono molto olfattivo. Il sudore, ovvio, nella corsa è sempre presente, è l’odore che impregna le gare: non è un buon profumo, ma è pur sempre calore umano. La nafta, poi, purtroppo è ormai ovunque, infesta abiti e pelle. Il suo puzzo me lo sentivo addosso durante i nostri viaggi, tra camper e camion.” Viaggi, dunque. Dal 1988 al 1999, insieme ad un gruppo di piacentini, ogni anno una nuova esperienza affrontata con un misto di impegno e curiosità. “Il tutto filtrato attraverso il vecchio grande amore: la corsa. Nel cinquantesimo anniversario della Seconda Guerra Mondiale, per esempio, abbiamo ripetuto il cammino di ritorno dei soldati italiani da Kiev a Piacenza, visitando i campi di sterminio. Poi la staffetta in Albania, quella presso il santuario di Padre Pio, la DoloAlpi : itinerari noti e particolari, sempre con intenti di solidarietà, portando, oltre alla nostra umanità, medicinali e beni di prima necessità.” C’è però dell’altro, in queste pagine. Da alcuni resoconti di allenamenti svolti e di gare combattute emerge uno spirito fortemente agonistico. “Certo, la corsa è anche battaglia, ma sempre con ordine e disciplina, senza colpi bassi. È la mia seconda vita, mi ha inflitto grandi fatiche ma anche donato immense soddisfazioni. Come la mia prima maratona, a Budapest, dove infransi subito il muro delle tre ore e mi classificai primo tra gli italiani. Poi la Casaglia – San Luca, una corsa sempre entusiasmante. Per non parlare delle sfide con atlete famose.” L’odore della pelle, il rumore dei passi, il ritmo del respiro: un coinvolgimento sensuale a tratti persino erotico, nel gesto atletico. “Il fascino di correre con una donna…Mi piace ricordare momenti di agonismo vissuti accanto ad atlete prestigiose. Alcune mi hanno turbato, sia per la loro eleganza che per i segnali che il loro corpo trasmetteva al mio, messaggi silenziosi eppure intensissimi. Di altre, invece, non ho tracce altrettanto piacevoli, essendomi sembrate fredde, calcolatrici e, devo dirlo, per nulla femminili.” Un coinvolgimento totale, quello della corsa. Emerge dalle pagine di questo libro e, soprattutto, lo si legge negli occhi e nel volto di Giovanni, aperti e luminosi come lo sono quelli di un uomo innamorato. “E’ vero. Ho inserito qui anche una lettera d’amore, mai spedita. Mi sono decisamente messo a nudo, ma avevo l’impellente bisogno di esprimere ciò che provo e ho provato”. Ci auguriamo che la destinataria di questo dolcissimo appello colga il messaggio. E che gli sviluppi possano, magari, riempire le pagine dei prossimi capitoli. Perchè corriamoCorrere N. 283 - Maggio 2008
Titolo curioso e invitante: Perché corriamo? Una domanda che molti di noi si saranno posti, alla quale alcuni sanno rispondere senza esitazione, mentre altri stentano a trovare parole capaci di definire un istinto, un impulso, una passione. La curiosità aumenta leggendo il breve profilo dell’autore, sulla quarta di copertina del piccolo volume edito da Einaudi: “Roberto Weber (Trieste, 1952) dirige l’istituto di ricerca SWG dove analizza l’opinione pubblica e cerca di prevederne – con alterne fortune – i comportamenti elettorali. E corre.” Non un campione, dunque, né un allenatore o un tecnico del settore. Roberto Weber è un affermato professionista che ha vissuto, da ragazzo, l’emozione della pista e ha saputo poi ricercare e analizzare le manifestazioni di tale emozione nei gesti degli atleti. Cita grandi nomi: Coe e Ovett, Gebreselassie e Tergat, Arese e Bordin. Ma riporta anche scorci della sua esperienza di giovane promessa del mezzofondo, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. - Non ero un campione, ma mi piazzavo discretamente. A quel tempo, a Trieste, c’era molta rozzezza nelle tecniche di allenamento. A sedici anni ci tiravano moltissimo, a suon di ripetute, mentre non si conosceva ancora il valore del “lungo”. C’è un po’ di rimpianto per un sogno spezzato, unito ad un cenno di rancore per la meschinità con la quale, a causa di un banale infortunio, il suo nome fu relegato nella lista nera delle prestazioni deludenti – quindi da cancellare. - Ora, con la corsa, ho un rapporto episodico. Grazie a questo sport, però, ho acquisito un senso di identità che altrimenti non avrei avuto. Correre è infatti esperienza del dolore e percezione del limite, sfida dei confini di spazio e tempo e trance agonistica. “È regressione a una condizione primaria ed è al tempo stesso ascesi”. - Anche se ormai non corro quasi più, seguo le gare tanto che, in occasione dei grandi appuntamenti, si ferma tutto l’ufficio. Al di là del risultato, però, ciò che più mi appassiona del gesto atletico è la sua valenza estetica. Mi affascina la leggerezza e l’armonia dei campioni, il loro incedere apparentemente privo di sforzo: la virtù di celare il dolore nell’eleganza dell’azione. Certo, difficile incontrare tanta armonia nelle masse che, ogni domenica, si sfidano sui percorsi più disparati. Weber ha assistito alla progressiva crescita del mondo podistico, al suo divenire un fenomeno di massa. È vero che nutre qualche perplessità verso i fanatici di diete, tecnologie e tabelle miracolose. Ma non esita a condividere il senso e la ragione di tanta diffusa partecipazione: - Sulla linea di partenza si annulla ogni distinzione di sesso, classe o età. Non esiste niente di simile, nessun altro luogo è così nettamente uguale per tutti. Come se, nelle gare, i podisti ritrovassero quella “giustizia sociale” che manca nella quotidianità. Partire tutti con medesime opportunità ed essere riconosciuti per il proprio merito personale. Questa la risposta sociologica al quesito posto dal titolo. Quanto all’interpretazione del singolo, vale ovviamente l’esperienza personale. Pochi sanno tradurla in parole: - In tutto ciò che ho letto di e sulla corsa, raramente ho trovato descrizioni efficaci dello stato d’animo del corridore. Del resto, sono convinto che solo chi abbia provato personalmente quelle sensazioni sappia narrarle sapientemente. Roberto Weber ci offre un’infinità di spunti di approfondimento e di riflessione. Senza però negare al contesto della corsa quel pizzico di irrazionalità che caratterizza, del resto, tutte le passioni. April 05 Stato laico?Adoro le mattine in cui posso fare colazione in tutta calma, leggendo il giornale. Potrei stare ore a sfogliare le pagine sorseggiando tazze di tè. Stamattina, però, lo yogurt mi è andato di traverso quando ho appreso che all’Ospedale Maggiore cinque medici su sette sono obiettori di coscienza. Questo a Bologna. Quindi, anche nella mia città, una donna che per una sua personale, legittima, inoppugnabile decisione, si trovasse nella necessità di abortire, correrebbe il rischio di non poterlo fare. Ritengo inconcepibile che ciò sia concesso. Che sia permesso, cioè, che un medico nell’esercizio delle sue funzioni possa rifiutarsi di esercitare le stesse. Se un chirurgo testimone di Geova si opponesse alla pratica di una trasfusione lo si riterrebbe altrettanto legittimo? Qualora certe terapie, interventi o cure fossero in contrasto con le proprie convinzioni, basterebbe scegliere un’altra professione. La conferma di quanto siamo ancora disperatamente lontani dalla realizzazione di uno Stato laico me la fornisce poi il principale TG nazionale. Notizia di apertura, la dichiarazione del Papa su divorzio e aborto: "si tratta di colpe gravi che, in misura diversa e fatta salva la valutazione delle responsabilità soggettive, ledono la dignità della persona umana, implicano una profonda ingiustizia nei rapporti umani e sociali e offendono Dio stesso, garante del patto coniugale ed autore della vita". Cosa abbiamo fatto di male?… April 03 Non pensarciL’ultimo film di Gianni Zanasi ci regala un Valerio Mastrandrea davvero irresistibile: le sue espressioni spontanee e accattivanti suscitano ilarità e commozione allo stesso tempo. Direi una banalità se affermassi che il personaggio sembra cucito proprio su di lui – del resto, non ho ancora individuato un ruolo nel quale questo attore non si calasse perfettamente. Certo, l’insicurezza, la timida spavalderia, la rude dolcezza che esprime il protagonista di questo film sono resi con superlativa intensità, e difficilmente riuscirei ad immaginare un altro volto o una diversa fisicità in quei panni. Ciò che maggiormente colpisce in questo film è la delicatezza con la quale si mescolano e si sovrappongono i toni del dramma e quelli della commedia: si ride di gusto, ma con un fondo di amarezza. Una scena, in particolare, è a mio avviso tra le migliori viste al cinema negli ultimi anni: la madre del protagonista gli confessa una verità decisamente pesante; lui, visibilmente sconvolto, si chiede perché tutti vogliano essere ad ogni costo sinceri. Non eravamo più felici quando ci dicevamo un sacco di bugie? Un accenno alla trama. Stefano Nardini, leader di un gruppo rock punk di decaduto successo, lascia Roma per cercare rifugio nel nido familiare, sulla costa romagnola. Qui ritrova la madre alle prese con sintomi di depressione; il padre, imprenditore in pensione, spettatore inconsapevole del declino della propria azienda; il fratello, incapace di divincolarsi tra il fallimento del proprio matrimonio e quello dell’azienda stessa; la sorella, che cerca di estraniarsi da tutti dedicandosi al suo lavoro con i delfini. Situazioni imbarazzanti e drammatiche costringono il musicista a rimettersi in discussione e ad assumersi nuove responsabilità, nell’intricata precarietà del lavoro, degli affetti, dei legami stessi. Ottimo il cast, intelligenti i dialoghi, brillante la sceneggiatura. Un film decisamente da applauso. Unica nota dolente: Mastrandrea non era presente all’anteprima… Vabbè, non si può avere tutto.
March 31 prospettiveEnnesima gara vergognosa, veramente da piangere. Tanto per sollevarmi il morale, trascorro il pomeriggio al Circolo: il Democratic Day chiama, ma chi volete che risponda lì dentro, in una giornata così? Mettiamoci pure il fratellone all’ospedale e la giornata è chiusa in bellezza.
Osserviamo da un’altra prospettiva: domani inizia un mese nuovo e un nuovo piano di preparazione. Dovrò rivedere i miei programmi, rinunciando anche alla maratona. Confido però di raccogliere in autunno i frutti delle prossime fatiche. Io ci metterò tutto il mio impegno, spero che le varie componenti di me stessa rispondano a dovere. March 13 sempre più pianoSono arrivata alla fine nonostante tutto: nonostante i passaggi indicassero una condizione pietosa, nonostante fossi anni luce dalle mie aspettative, nonostante il tempo finale mi avrebbe fatto vergognare. Ho tagliato il traguardo pensando che basta, inutile continuare a sbattersi. Troppo frustrante. Tutti (o meglio, tutte) migliorano, tranne me. Che mi alleno a fare? Corro corro senza arrivare da nessuna parte, anzi, retrocedo invece che avanzare. E allora, meglio darsi all’uncinetto. Mi consolo in parte con un salto sul podio: anche un bradipo può raccogliere qualcosa, e stavolta c’è anche una medaglia d’oro! Immergo poi i dispiaceri in una vasca d’acqua bollente – che mi rilassa anche troppo, visto che dopo non ho più voglia di far nulla: anche oggi, niente cinema. Sto perdendo parecchi colpi… Piero non mi ha telefonato per chiedere come fosse andata, meglio così, non ho voglia nemmeno di sentire lui. Tanto, cosa potrebbe dirmi? Neppure lui sa darsi una spiegazione, o meglio, chiama in causa il nuovo impegno politico che, a suo dire, mi farebbe sprecare energie nervose a discapito della corsa. Figuriamoci! Bene, partiamo da qui, allora. Prendiamo le teorie di Piero e facciamo di tutto per smentirle. Il compito che ho assunto mi sta entusiasmando e, fino a prova contraria, l’entusiasmo è energia positiva, perciò dovrei beneficiarne e non farmi abbattere. La sfida sarà dunque dimostrargli che la grinta c’è ancora, ancora più forte. Manterrò alto l’obiettivo per non abbassare la guardia, e non risparmierò neppure un alito del mio fiato per raggiungerlo. Ce la posso fare. Ce la farò.
February 29 10kmDopo una settimana decisamente sotto tono, con strani malesseri ed insolite tensioni, non potevo aspettarmi un miracolo. Però, vedersi sfilare davanti certe avversarie che, teoricamente, dovrebbero osservarmi le spalle, è sempre uno smacco. Con l’autostima rasoterra che mi ritrovo, simili colpi possono avere effetti deleteri. Un minutino in meno, non chiedevo tanto: il minimo indispensabile per non sentirsi scarsi del tutto, per poter credere che ci siano buone prospettive, per affrontare con la giusta carica gli impegni a venire. Invece, flop totale. E, come se non bastasse, le gambe non ne vogliono sapere di riprendersi. A tre giorni dalla gara, ancora arranco, annaspando su ritmi che poco prima mi riuscivano facili. Ho già esaurito tutta la carica? Voglio pensare che sia solo un momento di stanchezza passeggera, dovuto al sommarsi di alcuni fattori di turbamento. Ma adesso basta. Mi concedo una piccola tregua per riprendere fiato, per poi ripartire, più cattiva di prima. Le novità che mi stanno coinvolgendo devono fornirmi energia positiva. Accidenti a me, perché non riesco a liberarmi una volta per tutte di questi occhiali così grigi?!
February 05 maratonina Trofeo LolliDopo l’esperienza di Reggio Emilia, che timore poteva incutermi un po’ di pioggia? In fondo, si trattava di correre solo una mezza maratona… Certo, la prestazione ne avrebbe risentito ma, non sapendo né cosa potevo aspettarmi, in questa fase dell’allenamento, né quali avversarie mi avrebbero soffiato sul collo, non avrebbe avuto senso allarmarsi più di tanto. Serena e determinata, sono entrata con convinzione e grinta nell’atmosfera della gara – la prima vera prova della stagione. L’anno scorso mi stavo ancora leccando le ferite, quindi avevo saltato l’appuntamento. Quello precedente, per la prima volta in quattro anni, avevo mancato il podio. Ora, non potevo deludere – né deludermi.
La pioggia è leggera ma insistente. Non me ne curo, così come provo a non curarmi delle solite facce che incontro. Lo so, sono un orso, ma non ho voglia delle solite domande e dei soliti discorsi: rispondo ai saluti e proseguo innanzi. Che c’è di male? Sono concentrata, ecco tutto. Non ho ancora scorto individui pericolosi, a parte quelli (o meglio, quelle) che si contenderanno la prima posizione. Il terzo posto resta un incognita… Il tempo di riscaldarmi (e bagnarmi), un sorriso al fotografo, e via! Non vedo i chilometri, non so a quanto sto andando. La partenza, per me, è sempre da panico: attenta a non farmi travolgere, pronta a superare chi intralcia, preoccupata per le strane sensazioni di scarsa coordinazione che sistematicamente percepisco. Ma, una volta trovata la strada, restiamo solo io e il mio respiro. L’asfalto bagnato è un’ insidia, così come pure le gocce che picchiettano gli occhiali; per non parlare della fastidiosissima aria che rema contro. Come sto correndo? Non saprei, ma questo è tutto quanto riesco a dare. Intanto, so di essere terza. La sfida, a questo punto, è con la posizione: dovessi lottare con la più violenta delle bufere, non devo lasciarmela sfuggire. Non mi volto indietro, mai. Un po’ per paura, un po’ per non mostrare segni di cedimento. Non so nemmeno se sto rallentando o mantenendo il ritmo, tanto le indicazioni chilometriche sono tutt’altro che affidabili. Quanto più la fatica si fa sentire, maggiormente invoco i miei mantra: le urla di Antonio e le dune del Sahara, l’incitazione della folla a New York (Go, Vale! Go!) e gli occhioni di Cleopatra. Jader mi aspetta al traguardo, ha la febbre ma non ha voluto lasciarmi sola. Gli riporto dunque quel sorriso di un’ora e mezzo fa. Certo, fossi arrivata più presto sarebbe stato meglio. Ma ci sarà tempo per rifarsi. Smetterà di piovere, prima o poi! February 01 strade di corsaVorrei davvero che qualcuno mi spiegasse perché non sono capace di correre le campestri. È come se non sentissi l’appoggio dei piedi, di conseguenza mi manca la spinta. In due parole: sono ridicola. Imbottigliata sin dall’inizio, ho guadagnato un po’ di posizioni nell’ultimo giro, ma sono rimasta comunque in coda rispetto a tante che di solito neppure vedo. Non che mi aspettassi chissà quale prestazione, so di non valere nulla quindi nulla potevo ottenere. Speravo però di fare un pochino meglio, non tanto, un pochino solo… Altro grande mistero: com’è possibile che ci sia chi eccelle su qualsiasi terreno e su ogni distanza? Nemmeno i professionisti arrivano a tanto. Un ottimo maratoneta fa un po’ più di fatica a vincere un cross, e viceversa. Qui, invece, c’è qualche fenomeno che sale sul podio ovunque corra. Invidia? Appena appena. Se almeno tornassi ad ottenere qualche soddisfazione, baderei meno a quelle degli altri. Quindi: bella carica e piena di grinta. Domenica mi mangio la strada!!!
January 24 crossAccidenti, domenica prossima mi tocca fare un cross. Il presidente mi ha scongiurato, gli serve il numero per fare classifica, a prescindere dall’ordine d’arrivo. Vorrà dire che farò una passeggiata. In fondo saranno solo tre chilometri di vergogna… December 24 Leoni per agnelliPremessa: potrei restare in contemplazione di Robert Redford anche se fosse immobile sullo schermo per due ore. Detto questo, veniamo al suo ultimo film: intenso, avvincente, intelligente. Riesce a fare apprezzare persino Tom Cruise (il che è tutto dire), assolutamente perfetto nel ruolo del politico rampante. Sorriso stampato sulla faccia da schiaffi, gestualità impostata e controllata, frasi studiate ad effetto – mi ricorda qualcuno… La giornalista dai solidi ideali assiste al suo show con imbarazzato sconcerto. È davvero inquietante assistere al tormento interiore del personaggio interpretato da Meryl Streep, consapevole di trovarsi di fronte ad un assurdo gioco di guerra confezionato come un’impresa patriottica contro il quale nessuna verità sarebbe proponibile. Rifiuta di divulgare tale propaganda bellicista, pur sapendo che altri lo faranno al posto suo. Intanto, il gioco promulgato dall’abile senatore risulta complicato oltre le aspettative: la più tecnologica macchina da guerra cade quasi nel ridicolo, beffata com’è da un manipolo di indigeni in tunica e turbante – tanto “retrogradi” quanto assoluti padroni del proprio territorio. Ne sono vittime due giovani volontari, che nemmeno la più grande forza armata del mondo riesce a salvare. Guarda caso, tali valorosi soldati hanno la pelle nera e, guarda caso, si sono arruolati per ottenere un riconoscimento e una gratificazione che lo Stato non è in grado di garantire. Ragazzi coscienziosi e promettenti studenti, osservati e ammirati dal loro professore, che ha tentato invano di dissuaderli da un intento che non condivide – pur ammirandone la motivazione. Ce ne fossero di professori di tale spessore (e non solo perché è Robert Redford…), interessato al ruolo che i propri studenti potranno avere nel futuro della nazione, impegnato a spronarli affinché siano presenti e coinvolti nelle decisioni che potrebbero rivelarsi determinanti. Il professore vede cadere le speranze riposte in quei due ragazzi; la giornalista assiste ancora una volta alla stupida potenza del sistema; il senatore partecipa al crollo dei suoi birilli. Tre destini incrociati dei quali nessuno risulta vincente. La realtà lascia ben poche speranze, e quelle poche sono riposte negli occhi del giovane studente al quale il professore si è rivolto, con quello che pare un disperato appello. December 13 medioevo(ASCA) - Citta' del Vaticano, 13 dic - Astinenza prima del matrimonio e fedelta' all'interno del matrimonio. Cosi' si possono sradicare le malattie sessualmente trasmissibili, in particolare l'AIDS. Lo ha ribadito stamattina Benedetto XVI, nel discorso all'ambasciatore di Namibia presso la Santa Sede. ''La Chiesa - ha detto il Papa - continuera' ad assistere i malati di AIDS e i loro familiari. Il contributo della Chiesa allo sradicamento dell'AIDS dalla societa' non puo' che trarre ispirazione dalla concezione cristiana di amore e sessualita'''. ''La concezione del matrimonio come totale, reciproca ed esclusiva comunione d'amore tra un uomo e una donna non solo si accorda con il piano del Creatore - ha spiegato Benedetto XVI -, ma suggerisce i comportamenti piu' efficaci per prevenire la trasmissione delle malattie per via sessuale: cioe' l'astensione prima del matrimonio e la fedelta' all'interno del matrimonio''.
Senza parole. December 10 Maratona di Reggio EmiliaLa colpa è solo ed esclusivamente mia. Avevo deciso per Firenze, e Firenze doveva essere. Non perché lì avrei potuto fare chissà cosa, specie con le condizioni meteo di quest’anno, ma era quello l’obiettivo che mi aveva accompagnato durante e dopo Venezia, quindi era su quello e non su altro che dovevo restare concentrata. Invece, mi sono fatta convincere che qualche settimana in più di allenamento mi avrebbe portato a migliori risultati. Già, come se a Reggio Emilia una come me potesse ricercare il primato, con quella temperatura e con quei saliscendi. Come se non me lo fossi già detto prima che, tirando fino a dicembre, sarei arrivata con l’acqua alla gola. L’acqua, appunto. Nella mia, pur breve, carriera podistica non avevo mai gareggiato sotto la pioggia: evidentemente ci voleva una prima volta. Ovvio, ne avrei fatto volentieri a meno. O, se proprio dovevo provare tale inebriante emozione, avrei preferito farlo d’estate, magari in una corsa più breve. Non ricordo esattamente che cosa abbia pensato quando ho avvertito le prime gocce. Ero all’incirca a metà gara, e inizialmente forse non vi ho dato peso. Poi, il diluvio. Se cercavo un valido pretesto per ritirarmi, questo cadeva proprio a fagiolo. Ancora un chilometro, poi mi fermo. Ancora uno, ancora uno…Fino al 42°. Come sia riuscita ad andare avanti, in simili condizioni, ancora me lo domando. Ho corso con muscoli e articolazioni al limite della sopportazione, mi aspettavo da un momento all’altro il cedimento di qualcosa. Ma si trattava della mia decima maratona, potevo forse chiudere l’anno ancora a quota nove? E come mi sarei meritata un corroborante riposo se non fossi arrivata in fondo. Inoltre, ero certa che Jader mi pensasse già ritirata, volevo quindi scorgere la sua sorpresa nel vedermi arrivare. Tagliato il traguardo, ho continuato a tremare per almeno un’altra ora (la doccia fredda, negli spogliatoi, era proprio quello che ci voleva!) Ora, posso solo dirmi soddisfatta di averla finita. Del resto, ero spenta già dalla partenza. Sin dai primi chilometri mi chiedevo fino a dove sarei stata in grado di arrivare. L’entusiasmo di Venezia si era già esaurito, esaurita era anche la brillantezza degli allenamenti di qualità dopo quella gara. Insomma, sono arrivata “lunga”: ho tirato troppo la corda. Avrei dovuto chiudere prima la stagione. Del resto, dopo l’esperienza di Milano non avevo detto che mai più avrei programmato maratone da novembre in poi? È andata così. Mi compiaccio comunque di me stessa per non avere mollato, per non essermi neppure mai fermata. È comunque un segnale positivo. Adesso vado un po’ in letargo. Se ne riparla il prossimo anno…
December 08 Vigarano Half Marathon 2007
Oltre mille atleti hanno onorato la XXIV edizione della Vigarano Half Marthon. Da ogni parte d’Italia, società podistiche al completo hanno raggiunto in pullman la località ferrarese per partecipare alla gara, valida come Campionato italiano Master di mezza maratona. Qualche problema di sovraffollamento in area di partenza, dovuto alla massa di corridori scalpitanti, si è subito risolto con lo sparo: migliaia di gambe sono libere di sfogarsi sul percorso che lambisce il territorio di Vigarano Mainarda. Il circuito, strutturato su due giri, è decisamente scorrevole; potrebbe risultare monotono a chi prediliga contesti cittadini, apprezzato invece dai podisti che amano spazi aperti e paesaggi di campagna. Il pubblico, molto vivace nella piazza del paese, contribuisce a sostenere lo sforzo. Sforzo gestito magistralmente dai vincitori, mai troppo impensieriti dagli avversari: Donatella Vinci stacca di oltre un minuto la seconda arrivata, Marina Gorra, a sua volta seguita da Souma Spiridoula. Analogo copione per il primo uomo, Maurizio Medri, che precede agilmente Rossano Altini e Giuseppe Gallitelli. Di questi, Donatella Vinci e Rossano Altini salgono una seconda volta sul podio, aggiudicandosi anche il titolo di campione italiano Master di mezza maratona nelle rispettive categorie – da notare che Altini ha recentemente conquistato la medaglia d’oro sui 10000, ai Campionati Mondiali Master di Riccione. Amatori protagonisti, dunque, a dimostrazione che non sono solo ingaggi e montepremi a fare i numeri.
Racconto: Il PassatoreN. 273 - luglio 2007
Avevo 17 anni. La breve età in cui chiunque è immortale. Nulla mi appariva più lungo, lento e noioso del margine che ancora mi separava dalla fatidica soglia, superato la quale avrei potuto rivendicare a pieno titolo i miei diritti di adulto. Dovevo sopportare ancora per diversi mesi l’assurdità di divieti e limitazioni che, da un giorno all’altro, avrebbero perso qualsiasi significato. Devi essere maggiorenne per poter partecipare. Ti porterò con me quando avrai diciott’anni. Per il tuo compleanno ti regalo l’iscrizione ad una gara. Ecc. Ecc. Mio padre non faceva che ripetermelo. Dovevo avere solo un po’ di pazienza, ormai non mancava tanto. Peccato che il fatidico giorno ricorresse nel mese di giugno, cioè due settimane dopo l’evento sul quale lui – e, di conseguenza, tutta la famiglia – investiva il frutto degli sforzi di mesi e mesi. Per due sole stupide settimane avrei dovuto rimandare di un anno intero ciò che sognavo da una vita.
Il segnale era la coda di Birba: quando cominciava a scacciare le mosche, capivo che papà stava arrivando. Correvo subito alla finestra, volevo essere lì prima che lui alzasse lo sguardo per cercarmi. Dovevo essere pronto a ricevere il suo saluto festoso, ad accogliere il suo arrivo trionfale, ad esultare per quel cappellino sventolato al cielo, che sarebbe di lì a poco finito sulla mia testa. Questo rito segnava la fine del giorno: lasciati compiti, amici e giochi, entravo nel mondo del crepuscolo e delle favole, mondo del quale mio papà era il sommo principe. Erano certo grandi imprese quelle che lo rendevano così affannato e sudato, ed ero sicuro che assistendolo avrei potuto assimilare il suo valore per poter anch’io, prima o poi, sostenere simili prove. Così, osservandolo di sottecchi attraverso la visiera che mi scendeva sugli occhi, cercavo di imitare i quegli strani gesti con gambe allungate di qua e di là, piegato, disteso e poi ancora piegato. Birba ci guardava stranita, ma ormai aveva imparato che non doveva azzardarsi a saltarci addosso, non era questo il momento di giocare. Terminati gli esercizi, arrivava il momento per me più impegnativo, quello che mi vedeva investito di una grande responsabilità: dovevo prendere il suo quaderno e trascrivere i dati che lui mi dettava. Numero di chilometri, ore minuti e secondi, condizioni meteorologiche e considerazioni di vario genere su soddisfazione, fatica o eventuali acciacchi. Gli riconsegnavo poi il diario, pronto a rispondere all’immancabile domanda: Quanto manca? La mia trepidazione per il grande evento era pari alla sua, se non più intensa. A mano a mano che la data si avvicinava, cominciavo a trascurare gli amici, sempre meno interessato ai tiri al pallone: volevo accostarmi il più possibile a lui, al suo spirito, alle sue sensazioni. Pensavo che, dimostrandogli che potevo emularlo, si sarebbe sentito ancora più forte. L’orgoglio di avere un fedele seguace, nonché un degno erede, non poteva che renderlo più sicuro delle proprie capacità. E questo, oltre a rappresentarlo invincibile ai miei occhi, avrebbe fornito sempre più concretezza al mio sogno: quello di correre con lui. Solcavo il perimetro del campo di calcio, mentre i miei compagni schiamazzavano nelle loro partite. Giravo e giravo attorno come un criceto nella ruota, senza stile né ritmo, fino a sfinirmi. Ma mi guardavo bene dal lasciar trapelare qualsiasi segno di stanchezza quando lui rientrava dall’allenamento: non solo perchè la sua eroica fatica doveva trovare un forte e pronto supporto, ma anche per non rivelare prematuramente i miei propositi. Doveva essere una sorpresa, tale da fare luccicare i suoi occhi: per lo stupore di trovarmi al suo fianco in pantaloncini e canotta e per l’orgoglio di avere un nuovo, fedele, insostituibile compagno di corse. Non ho mai capito cosa non avesse funzionato nei miei piani. Probabilmente sapeva da sempre che non avevo mai calciato un pallone, o forse la sua era semplice e geniale intuizione paterna. Fatto sta che, per la promozione in prima media, ricevetti in regalo un fiammante paio di scarpe da corsa. Non l’avesse mai fatto! Come poteva pretendere, ora, che lo aspettassi buono e tranquillo alla finestra? Le mie gambe ben carburate scalpitavano, i miei piedi fremevano nel nuovo rivestimento, il mio impeto cercava sfogo e soddisfazione. Anziché attenderlo al varco, iniziai a corrergli incontro, e ben presto l’ultimo tratto del suo rientro diventò una sfida a chi toccava per primo il muro di casa, con Birba che incitava abbaiando vivacemente. Non so quando smise di lasciarmi vincere, quando il suo sforzo si fece reale e le mie vittorie, da semplice gioco, divennero una vera e propria conquista. Di certo, la strada per incontrarlo si allungava sempre di più, e sempre più esteso era il percorso che condividevamo. Mi guadagnai così la partecipazione alle manifestazioni domenicali dove, però, dovevo accontentarmi dei circuiti ridotti, riservati ai ragazzini e a quelli che non volevano impegnarsi troppo, mentre papà esprimeva il suo talento sulle prove competitive. A me non era permesso, non ancora. Incapace di placare la mia irrequietudine, vivevo emotivamente le gare, condividendo le gioie e i dolori del mio mentore. Saltavo e urlavo come un clown quando lo scorgevo approssimarsi ansimante al traguardo, liberando finalmente tutta l’ansia dell’attesa. Attesa che aveva un sapore quasi surreale in quella tanto sospirata notte di maggio. Cento chilometri sono un’eternità, un abisso, follia pura. Quale pazzo ambirebbe a correre per cento chilometri? Eppure, i pazzi sono tanti, centinaia, e mio padre è uno di loro. Ovvio che io abbia sempre considerato questa sua passione tutt’altro che perversa: quella che, immancabilmente, lui realizzava ogni anno, era per me l’impresa delle imprese. Del resto, un evento intitolato al mitico Passatore non poteva che evocare memorabili gesta. Trascorrere la notte nella piazza di Faenza era ormai un appuntamento fisso. I primi atleti cominciavano ad arrivare in tarda serata, e a stento si poteva credere che fossero partiti da una città tanto lontana come Firenze. Sotto il traguardo si snocciolavano podisti più o meno provati dalla fatica. Io li osservavo attentamente, uno a uno, soffrendo per loro e, soprattutto, per il “mio” podista, quello che chissà a che punto si trovava del percorso e chissà in quali c |