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June 22

L'autostrada - Daniele Silvestri

 

Citazione

YouTube - L'autostrada - Daniele Silvestri
  
May 23

Trent'anni di sudore e solidarietà

Correre N. 283 - Maggio 2008

 

“Correre è stato il mio mestiere

non mi ha dato da vivere

ma mi ha fatto vivere”

Si apre con questo pensiero il volume Sudore e nafta (Ed. Pro Art), con il quale Giovanni Scalambra ha voluto celebrare i suo trent’anni di carriera podistica. Difficile sintetizzare in un libro una vita dedicata alla corsa, specie quando si sono solcati più o meno novantamila chilometri, attraversando nazioni e continenti, per diffondere messaggi di pace e fratellanza.

“La corsa, per me, non è mai stata fine a se stessa. Ho sempre cercato di abbracciare piccole battaglie per la solidarietà. Come l’impresa anti Parigi-Dakar, nell’88, quando cercammo di seguire, correndo, il tracciato della rumorosa gara motociclistica. Non riuscimmo però a completarla, fu un azzardo che non oserei ripetere. Non ci si può misurare col deserto, simili luoghi richiedono attenzione e rispetto. Così pure le loro popolazioni, come i Tuareg. Incontrarli fu un’emozione indescrivibile: bellissimi, ricchi di umiltà e dignità. Non domandavano nulla, eravamo noi a sentirci in debito nei loro confronti. Un altro mondo, se paragonato alla corruzione che abbiamo conosciuto nelle città del Mali, dove dovevamo comprare al mercato nero anche la nafta”.

Nafta, appunto. Come mai questo titolo?

Sorride.  “Accattivante, no? In quelle parole c’è tutto. Anche perché sono molto olfattivo. Il sudore, ovvio, nella corsa è sempre presente, è l’odore che impregna le gare: non è un buon profumo, ma è pur sempre calore umano. La nafta, poi, purtroppo è ormai ovunque, infesta abiti e pelle. Il suo puzzo me lo sentivo addosso durante i nostri viaggi, tra camper e camion.”

Viaggi, dunque. Dal 1988 al 1999, insieme ad un gruppo di piacentini, ogni anno una nuova esperienza affrontata con un misto di impegno e curiosità.

 “Il tutto filtrato attraverso il vecchio grande amore: la corsa. Nel cinquantesimo anniversario della Seconda Guerra Mondiale, per esempio, abbiamo ripetuto il cammino di ritorno dei soldati italiani da Kiev a Piacenza, visitando i campi di sterminio. Poi la staffetta in Albania, quella presso il santuario di Padre Pio, la DoloAlpi : itinerari noti e particolari, sempre con intenti di solidarietà, portando, oltre alla nostra umanità, medicinali e beni di prima necessità.”

C’è però dell’altro, in queste pagine. Da alcuni resoconti di allenamenti svolti e di gare combattute emerge uno spirito fortemente agonistico.

“Certo, la corsa è anche battaglia, ma sempre con ordine e disciplina, senza colpi bassi. È la mia seconda vita, mi ha inflitto grandi fatiche ma anche donato immense soddisfazioni. Come la mia prima maratona, a Budapest, dove infransi subito il muro delle tre ore e mi classificai primo tra gli italiani. Poi la Casaglia – San Luca, una corsa sempre entusiasmante. Per non parlare delle sfide con atlete famose.”

L’odore della pelle, il rumore dei passi, il ritmo del respiro: un coinvolgimento sensuale a tratti persino erotico, nel gesto atletico.

“Il fascino di correre con una donna…Mi piace ricordare momenti di agonismo vissuti accanto ad atlete prestigiose. Alcune mi hanno turbato, sia per la loro eleganza che per i segnali che il loro corpo trasmetteva al mio, messaggi silenziosi eppure intensissimi. Di altre, invece, non ho tracce altrettanto piacevoli, essendomi sembrate  fredde, calcolatrici e, devo dirlo, per nulla femminili.”

Un coinvolgimento totale, quello della corsa. Emerge dalle pagine di questo libro e, soprattutto, lo si legge negli occhi e nel volto di Giovanni, aperti e luminosi come lo sono quelli di un uomo innamorato.

“E’ vero. Ho inserito qui anche una lettera d’amore, mai spedita. Mi sono decisamente messo a nudo, ma avevo l’impellente bisogno di esprimere ciò che provo e ho provato”.

Ci auguriamo che la destinataria di questo dolcissimo appello colga il messaggio. E che gli sviluppi possano, magari, riempire le pagine dei prossimi capitoli.

Perchè corriamo

Correre N. 283 - Maggio 2008

 

Titolo curioso e invitante: Perché corriamo?

Una domanda che molti di noi si saranno posti, alla quale alcuni sanno rispondere senza esitazione, mentre altri stentano a trovare parole capaci di definire un istinto, un impulso, una passione.

La curiosità aumenta leggendo il breve profilo dell’autore, sulla quarta di copertina del piccolo volume edito da Einaudi: “Roberto Weber (Trieste, 1952) dirige l’istituto di ricerca SWG dove analizza l’opinione pubblica e cerca di prevederne – con alterne fortune – i comportamenti elettorali. E corre.”

Non un campione, dunque, né un allenatore o un tecnico del settore. Roberto Weber è un affermato professionista che ha vissuto, da ragazzo, l’emozione della pista e ha saputo poi ricercare e analizzare le manifestazioni di tale emozione nei gesti degli atleti. Cita grandi nomi: Coe e Ovett, Gebreselassie e Tergat, Arese e Bordin. Ma riporta anche scorci della sua esperienza di giovane promessa del mezzofondo, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70.

-          Non ero un campione, ma mi piazzavo discretamente. A quel tempo, a Trieste, c’era molta rozzezza nelle tecniche di allenamento. A sedici anni ci tiravano moltissimo, a suon di ripetute, mentre non si conosceva ancora il valore del “lungo”.

C’è un po’ di rimpianto per un sogno spezzato, unito ad un cenno di rancore per la meschinità con la quale, a causa di un banale infortunio, il suo nome fu relegato nella lista nera delle prestazioni deludenti – quindi da cancellare.

-          Ora, con la corsa, ho un rapporto episodico. Grazie a questo sport, però, ho acquisito un senso di identità che altrimenti non avrei avuto.

Correre è infatti esperienza del dolore e percezione del limite, sfida dei confini di spazio e tempo e trance agonistica. “È regressione a una condizione primaria ed è al tempo stesso ascesi”.

-          Anche se ormai non corro quasi più, seguo le gare tanto che, in occasione dei grandi appuntamenti, si ferma tutto l’ufficio. Al di là del risultato, però, ciò che più mi appassiona del gesto atletico è la sua valenza estetica. Mi affascina la leggerezza e l’armonia dei campioni, il loro incedere apparentemente privo di sforzo: la virtù di celare il dolore nell’eleganza dell’azione.

Certo, difficile incontrare tanta armonia nelle masse che, ogni domenica, si sfidano sui percorsi più disparati. Weber ha assistito alla progressiva crescita del mondo podistico, al suo divenire un fenomeno di massa. È vero che nutre qualche perplessità verso i fanatici di diete, tecnologie e tabelle miracolose. Ma non esita a condividere il senso e la ragione di tanta diffusa partecipazione:

-          Sulla linea di partenza si annulla ogni distinzione di sesso, classe o età. Non esiste niente di simile, nessun altro luogo è così nettamente uguale per tutti.

Come se, nelle gare, i podisti ritrovassero quella “giustizia sociale” che manca nella quotidianità. Partire tutti con medesime opportunità ed essere riconosciuti per il proprio merito personale. Questa la risposta sociologica al quesito posto dal titolo. Quanto all’interpretazione del singolo, vale ovviamente l’esperienza personale. Pochi sanno tradurla in parole:

-          In tutto ciò che ho letto di e sulla corsa, raramente ho trovato descrizioni efficaci dello stato d’animo del corridore. Del resto, sono convinto che solo chi abbia provato personalmente quelle sensazioni sappia narrarle sapientemente.

Roberto Weber ci offre un’infinità di spunti di approfondimento e di riflessione. Senza però negare  al contesto della corsa quel pizzico di irrazionalità che caratterizza, del resto, tutte le passioni.

April 05

Stato laico?

Adoro le mattine in cui posso fare colazione in tutta calma, leggendo il giornale. Potrei stare ore a sfogliare le pagine sorseggiando tazze di tè.

Stamattina, però, lo yogurt mi è andato di traverso quando ho appreso che all’Ospedale Maggiore cinque medici su sette sono obiettori di coscienza. Questo a Bologna.

Quindi, anche nella mia città, una donna che per una sua personale, legittima, inoppugnabile decisione, si trovasse nella necessità di abortire, correrebbe il rischio di non poterlo fare. Ritengo inconcepibile che ciò sia concesso. Che sia permesso, cioè, che un medico nell’esercizio delle sue funzioni possa rifiutarsi di esercitare le stesse. Se un chirurgo testimone di Geova si opponesse alla pratica di una trasfusione lo si riterrebbe altrettanto legittimo?

Qualora certe terapie, interventi o cure fossero in contrasto con le proprie convinzioni, basterebbe scegliere un’altra professione.

La conferma di quanto siamo ancora disperatamente lontani dalla realizzazione di uno Stato laico me la fornisce poi il principale TG nazionale. Notizia di apertura, la dichiarazione del Papa su divorzio e aborto: "si tratta di colpe gravi che, in misura diversa e fatta salva la valutazione delle responsabilità soggettive, ledono la dignità della persona umana, implicano una profonda ingiustizia nei rapporti umani e sociali e offendono Dio stesso, garante del patto coniugale ed autore della vita".

Cosa abbiamo fatto di male?…

April 03

Non pensarci

L’ultimo film di Gianni Zanasi ci regala un Valerio Mastrandrea davvero irresistibile: le sue espressioni spontanee e accattivanti suscitano ilarità e commozione allo stesso tempo.

Direi una banalità se affermassi che il personaggio sembra cucito proprio su di lui – del resto, non ho ancora individuato un ruolo nel quale questo attore non si calasse perfettamente. Certo, l’insicurezza, la timida spavalderia, la rude dolcezza che esprime il protagonista di questo film sono resi con superlativa intensità, e difficilmente riuscirei ad immaginare un altro volto o una diversa fisicità in quei panni.

Ciò che maggiormente colpisce in questo film è la delicatezza con la quale si mescolano e si sovrappongono i toni del dramma e quelli della commedia: si ride di gusto, ma con un fondo di amarezza. Una scena, in particolare, è a mio avviso tra le migliori viste al cinema negli ultimi anni: la madre del protagonista gli confessa una verità decisamente pesante; lui, visibilmente sconvolto, si chiede perché tutti vogliano essere ad ogni costo sinceri. Non eravamo più felici quando ci dicevamo un sacco di bugie?

Un accenno alla trama.

Stefano Nardini, leader di un gruppo rock punk di decaduto successo, lascia Roma per cercare rifugio nel nido familiare, sulla costa romagnola. Qui ritrova la madre alle prese con sintomi di depressione; il padre, imprenditore in pensione, spettatore inconsapevole del declino della propria azienda; il fratello, incapace di divincolarsi tra il fallimento del proprio matrimonio e quello dell’azienda stessa; la sorella, che cerca di estraniarsi da tutti dedicandosi al suo lavoro con i delfini. Situazioni imbarazzanti e drammatiche costringono il musicista a rimettersi in discussione e ad assumersi nuove responsabilità, nell’intricata precarietà del lavoro, degli affetti, dei legami stessi.

Ottimo il cast, intelligenti i dialoghi, brillante la sceneggiatura. Un film decisamente da applauso.

Unica nota dolente: Mastrandrea non era presente all’anteprima… Vabbè, non si può avere tutto.

 

 

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Updated 3/29/2008
Updated 3/29/2008
Updated 2/2/2008
Updated 8/19/2007
Updated 8/17/2007
Un assaggio dei mei articoli pubblicati sulla principale rivista italiana di corsa
Benvenuto nel mio Spaces!
  • View space
    September 05 6:37 PM
    mi sono perso via a leggere i tuoi articoli, piacevoli
    certo mi rincresce chein questo periodo tu nn riesca a trovare la forma migliore nella corsa, ma nn è forse dalla corsa che impariamo che ogni passo ha la sua importanza, e che ci sono salite e discese? quindi niente negatività, assapora ciò  che la vita ti dona, e ricomincia a correre
    ciao
    dave
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